06

Giu

2013

Alzheimer, scoperto il 'passo scatenante'
Scritto da Administrator   
Questo articolo e' stato letto: 605 volte

Ora stabilizzare protezione neuroni”. La scienziata Di Luca ad Affari: “La nostra intuizione, il confronto coi clinici, l'ascolto di pazienti consentono questo successo”. “Per il Dipartimento finanziamenti anche da associazioni americane. Non è vero in assoluto che non c'è spazio per la Ricerca in Italia: se fai bene hai fondi”. L'UE sta discutendo il budget degli investimenti nel settore Salute, ma una lobby parlamentare spinge per destinarli allo Spazio. “Se riuscissimo a postporre l'età in cui ci si ammala d'Alzheimer, il beneficio sarebbe enorme”

Milano, Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell'Università degli Studi. Senza clamore, un gruppo di ricerca, guidato da Monica Di Luca, Professore di Farmacologia, stava studiando la fase iniziale della malattia d'Alzheimer in un campo diverso da quelli su cui la maggioranza di scienziati è focalizzata. Nel 2010, la prima conferma sul ruolo di un enzima, ADAM10, che limita la formazione di Beta-amiloide (Beta-amiloide e la proteina Tau erano da anni i principali “indagati” nella morte dei neuroni). Ora la scoperta che dà ragione a Di Luca: c'è un varco nella normale protezione dei neuroni, ed è la proteina AP2 ad aprirlo, rimuovendo ADAM10. La notizia è stata pubblicata da Journal of Clinical Investigation.

Nei giorni in cui il successo le veniva riconosciuto nel mondo, la scienziata Monica Di Luca, anziché soffermarsi sugli onori, ha proseguito nel suo impegno a favore dello sviluppo della ricerca scientifica europea in un meeting a Bruxelles, dove le Commissioni Ue discutono i fondi da destinare ai diversi settori di spesa comunitaria. Di Luca è President Elect Federation of European Neurosciences (FENS), nonchè Vice President European Brain Council (EBC), coordinamento di organizzazioni europee di Neurologia, Neurochirurgia, Psichiatria, Neuroscienze, dei pazienti, e dell'industria della ricerca sul trattamento dei disturbi del cervello. Affaritaliani.it l'ha incontrata al rientro in Italia.

Professoressa Di Luca, com'è nata l'intuizione che ha portato alla scoperta?

“La scoperta del ruolo della proteina AP2 è frutto di lavoro molto intenso e coinvolge tutto il laboratorio, da quattro-cinque anni. Nel mondo attuale della ricerca sono necessarie talmente tante competenze, trasversalità, che nulla è più accidentale, ma frutto di costante impegno. Questa è una ricerca che nasce da un'idea corroborata dal grande scambio che abbiamo coi clinici a contatto coi pazienti. Io, Elena Marcello, Fabrizio Gardoni, che sono i principali attori dello studio, cerchiamo di renderci conto di quali sono le situazioni cliniche 'importanti' nelle diverse fasi di malattia. Per un ricercatore avere un'osmosi continua coi clinici che trattano i pazienti con la malattia di Alzheimer è fondamentale perchè cambia le prospettive di ricerca. Esci dal 'silos' del laboratorio, vai in clinica e vedi la realtà, cerchi di capire qual è il 'bisogno'. E' come 'mescolare' la tua intuizione con le necessità che vengono dai pazienti, dalla società, dal mondo che ti circonda. Io credo che, come metodo generale, dall'unione delle prospettive nasca l'intuizione della vera scoperta. In questo studio l'intuizione era nata dal fatto che da anni parliamo di Amiloide e di altri fattori su cui la ricerca procede, assolutamente fondamentali, ma la malattia d'Alzheimer ha in nuce una partenza, che è nelle connessioni tra le cellule nervose. Esistono 'locus' anatomici molto importanti, che si chiamano spine, un nome onomatopeico, che dà l'idea della connessione. Proprio come 'antenne paraboliche', servono per raccogliere segnali dall'esterno, elaborarli, ed immagazzinarli nel cervello come informazioni. Sapevamo che questo era il sito anatomico, appunto il 'locus', inizialmente colpito dalla malattia. Avevamo tanti studi, tanta conoscenza su Amiloide, d'altra parte ci dicevano che all'inizio il disturbo cognitivo è molto sfumato, i pazienti sono un po' confusi, disorientati. Noi cercavamo di riunire tutte le informazioni cercando di capire come Amiloide entrasse dentro la spina dendritica. Questa è stata la vera intuizione. Attraverso i dati della chimica ci era chiaro che dovevamo concentrarci su quel dstretto anatomico. Nessuno lo aveva mai fatto. Ed allora abbiamo guardato lì”.

Avete guardato “dentro” i cervelli?

“Non solo. Abbiamo guardato sui cervelli dei pazienti, abbiamo osservato che cosa accade nei topolini generati per la ricerca, abbiamo studiato nelle cellule in colture, ossia abbiamo studiato tutta la varietà tipica di strumenti ad appannaggio della ricerca, l'estensione completa, andando a cercare il punto di legame tra questi elementi, tra le spine e nella produzione di Amiloide. Ci siamo accorti che uno degli enzimi, ADAM10, che previene la formazione di Amiloide, è localizzato specificatamente in queste spine. Non c'è da altre parti, è solo lì. Quindi abbiamo cominciato a studiare come l'attività del nostro cervello potesse modificare l'attività dell'enzima ADAM10. L'idea è quella di stimolarlo, di modo che se noi lo stimoliamo preveniamo la formazione di Amiloide nella spina, proprio nel distretto inizialmente colpito dalla malattia. Ci siamo resi conto che metodi di attivazione sinaptica regolano l'attività di questo enzima. Ed abbiamo scoperto, ed è forse l'aspetto che più ci ha eccitato, che esiste una proteina chiamata AP2, che regola la rimozione di ADAM10 (l'enzima principale col compito di prevenire la formazione di Amiloide) dalle membrane delle spine. Questa è una vera scoperta importante: in quale modo l'attività sinaptica, l'attività delle connessioni, regola la localizzazione dell'enzima nella spina e qual è la proteina che lo rimuove. Se  l'enzima ADAM10 viene rimosso, inizia la formazione di Beta-amiloide: è il passo scatenante della malattia, l'avvio. Dunque, se io riesco a bloccare il meccanismo, forse un'arma in più ce l'ho. E' quello che vogliamo continuare a fare”.

La Professoressa Monica Di Luca conclude la frase con un sorriso liberatorio. E' evidente la passione per la ricerca, lo sguardo s'illumina mentre ne parla. Come fosse una sfida personale, quella contro l'Alzheimer, che è impegnata a vincere, a capo di un team affiatato. Negli uffici del Dipartimento le studentesse si sentono parte di un progetto, ringraziano per i complimenti sulla scoperta, impilano i messaggi di congratulazioni. “Solo in pochi giorni dalla diffusione della notizia avrò ricevuto un centinaio di email da pazienti”, osserva Di Luca.



Condividi questo articolo sul tuo social network
 
 
More Info

Statistiche

Utenti : 30
Contenuti : 887
Tot. visite contenuti : 1211456

Commenti Articoli

Questo sito utilizza cookie tecnici propri e cookie di profilazione di terze parti per inviare pubblicità in linea con le tue preferenze. Se continui nella navigazione o clicchi su un elemento della pagina accetti il loro utilizzo. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information